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Il Piccolo Levriero Italiano, considerate le caratteristiche che di massima accomunano tutti i levrieri (testa a cono allungato, corpo slanciato, arti lunghi, ventre molto retratto ecc.), appartiene al gruppo “Graioidi”.
Esso è un dolicomorfo, iscritto nel quadrato che, tanto per i caratteri morfologici, quanto per quelli attitudinali, rientra di diritto nel gruppoX (Levrieri).
Le origini antichissime, documentabili fin dal 5000 a.c., ne stabiliscono la primigenia area d’elezione nel cuore del bacino Mediterraneo, tra Africa settentrionale ed Asia occidentale. Dall’antico Egitto ai nostri giorni testimonianze letterarie e pittoriche, attraverso i millenni, celebrano le sue alterne fortune.
Quest’autentico testimone della nostra Storia non ha eguali nell’intero panorama della cinofilia per quanto riguarda grazia, finezza e distinzione. Il garbo dei suoi modi e la sua
connaturale classe ne fanno un archetipo di raffinatezza che nel contempo, misurandosi con la prestanza di un atleta, deve esprimere tonica esuberanza fisica.
Ogni tratto estetico, fino ai più minuti dettagli, in un Piccolo Levriero Italiano, deve esaltare i connotati asciutti e scarni della sua elevatissima definizione estetica.
La testa, più e forse meglio di ogni altra zona anatomica, è lo specchio della sua ricercatezza.
I volumi longitudinali, che sviluppano dall’alto un triangolo allungato, la classificano come “dolicocefala”; nel profilo, muso e cranio di pari lunghezza (1:1) devono avere anche la stessa inclinazione, saranno cioè fra loro paralleli.

Solo una descrizione dettagliata può dare della testa di un Piccolo Levriero, l’immagine di estrema eccellenza che le compete. Dunque le ragioni orbitale, sott’orbitale e zigomatica sono ben disegnate ed evidenti, la fossa orbitale contiene un bulbo che risolutamente traccia l’arcata sopraccigliare senza per questo connotare un occhio sporgente. L’arcata zigomatica, visivamente delineata, è sempre, in questa razza, apprezzabile dote di tipo e distinzione.

Il tartufo nero o comunque sempre scuro in relazione al manto, è sulla linea retta della canna nasale, sotto di esso le labbra superiori sono ben pigmentate, cortissime e, seppure muscolose, di ridotto volume e spessore.

La mascella chiude a forbice su una mandibola con branche in linea retta, la loro chiusura, aiutata da un
massetere piatto e asciutto, non lascia vedere la mucosa dell’occhiello. In un mus
o affusolato la mandibola, nel suo profilo, non deve essere tanto alta da far apparire il mento pesante.
A firmare una bella testa si aggiunge un altro elemento: il muso rimonta verso il cranio con il ponte di un dolce stop che, per quanto morbido, deve però assolutamente conservare la curva della depressione naso-frontale.

I seni frontali si sviluppano più in direzione trasversale che non in altezza, la sutura metopica è poco marcata, al contrario delle arcate sopraccigliari ben evidenti, il cranio piatto termina con una cresta occipitale poco saliente. I più raffinati cultori della Razza danno poi sempre la doverosa importanza ai contorni laterali del cranio che sono dati da a
rcate zigomatiche cerchiate anche se lievemente e dal volume piuttosto piatto del muscolo temporale.
Su un cranio siffatto, le orecchie evidentemente al di sopra della linea dell’arcata zigomatica, sono piccole, son cartilagine sottile e ricoperte di pelo finissimo, portate “a tetto” in attenzione ed indietro in direzione della nuca con il cane a riposo o in corsa.
Le arcate zigomatiche si sviluppano in avanti, dunque la posizione degli occhi è sub-frontale, essi sono grandi, non troppo ravvicinati, con l’iride scura e le palpebre, con le rime tondeggianti e ben pigmentate,devono presentarsi ben aderenti al bulbo oculare.

La testa così modellata poggia su un collo lungo ma sempre in proporzione con la testa e il tronco, con
secca inserzione al garrese, dal profilo superiore leggermente arcuato ed inferiore lievemente convesso al livello della tiroide. Il portamento del collo, per quanto elegantemente eretto, mai deve dare l’impressione di un rigido periscopio perché se così fosse sarebbe montato su una spalla dritta, con i problemi di mobilità fuorvianti per un cane da corsa. Certamente l’angolo scapolo-omerale è ottuso, ma angolo dev’essere e definisce una spalla ricoperta di muscoli netti e con un rilievo allungato. I gomiti aderenti sono paralleli al piano del corpo. L’avambraccio, pari all’omero, ha un osso leggerissimo secco ed asciutto, coperto di pelle sottile ed aderente, che rende ben visibile la scanalatura carpio-cubitale, carpo asciutto e metacarpo leggermente flesso per attutire i contraccolpi del galoppo. Piedi anteriori ovali e scarni con dita ben arcuate e unite, cuscinetti scuri e poco voluminosi.
Il tronco di ogni levriero che si rispetti deve presentare torace profondo e ventre retratto, il termine “levrettatura” connota infatti, inconfondibilmente, questi due caratteri.
Il torace è corto, alto e stretto, rivestito di muscoli allungati. Anche dorsalmente il garrese, elevato ma non troppo sulla linea del dorso, si presenta stretto per il ravvicinamento delle scapole.
Il dorso in un levriero è naturalmente importantissimo perché costituisce il ponte che invia la spinta propulsiva dal posteriore all’anteriore. Esso è dritto fino all’undicesima vertebra da cui poi prende avvio il dolce arco dorso-lombare. I lombi potenti non sono troppo lunghi per non disperdere energia e sono muscolosamente convessi per prolungare armonicamente l’arco dal dorso alla groppa.
Quest’ultima è richiesta muscolosa per sprigionare potenza, non troppo larga ma inclinata tanto da poter fondere in un tutt’uno arco dorso-lombare e lombo-sacrale fino alla conseguente inserzione della coda.
Perfino quest’ultima ha la sua “meccanica” ragion d’essere, inserita in basso e lunga perché costituisce il timone negli scarti repentini della corsa.
L’arto posteriore materializza la spinta propulsiva del galoppo dunque la coscia, coperta di muscoli allungatie non voluminosi, è lunga perché il ginocchio risulti più basso e l’angolo femoro-tibiale più chiuso. Anche l’angolo anteriore del garretto, vista la lunga tibia, è chiuso. Il piede infine deve rispettare le caratteristiche
di quello anteriore eccettuata la forma meno tendente all’ovale.

La pelle sottile, morbida ed elastica, aderisce in ogni regione del corpo tanto da fasciarne delicatamente ogni zona mettendo in evidenza il capolavoro
di sbalzo e cesello che da sempre fanno del Piccolo Levriero Italiano un prototipo di raffinatezza canina.
In un corpicino alto dai 32 ai 38 cm (indifferentemente per maschi e femmine) è contenuto il miracolo di millenni di storia, l’armonico equilibrio fra grazia e vigore atletico ed il garbo gentile da cerbiatto assieme alla scossa bruciante del ghepardo.

L’unicolore nero, grigio ed isabella in tutte le gradazioni contribuiscono infine a renderne compatta
l’inconfondibile silhouette.
Chiunque si trovi di fronte a un Piccolo Levriero Italiano mai dovrà dimenticare di ricercare in questa preziosissima razza italiana l’equilibrio fra la raffinata signorilità che la eleva su tutti e nel contempo la funzionalità atletica che l’ha fatta sopravvivere per millenni.

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